Bebe Vio lascia la scherma. Una frase che suona come un paradosso interno a chiunque l'ascolti, e che alla stessa atleta azzurra è costato molto dire ad alta voce. Ha scelto di farlo pubblicamente il 15 marzo, davanti alle telecamere di Che tempo che fa, con Fabio Fazio pronto ad ascoltarla.
"Ho avuto parecchi problemi fisici", racconta l'atleta, senza lasciare dubbi rispetto alla possibilità di tornare indietro, perché si tratta di una decisione presa con lucidità e consapevolezza pensando al suo bene in senso ampio. Bebe Vio fa un annuncio senza lacrime e con la chiarezza di chi negli anni ha imparato a conoscersi e ascoltarsi profondamente. Bebe non subisce, fa: lascia andare la scherma e sceglie l'atletica. Cosa sarà non si sa, quello che si sa è che ancora una volta davanti ai limiti che la vita le mette davanti, decide di essere autrice del suo destino.
"È finita con la scherma?", chiede Fazio, facendosi portavoce dell'incredulità di tutti gli italiani che in quel momento erano davanti allo schermo. L'annuncio lascia tutti a bocca aperta, perché siamo abituati a pensare a Bebe Vio con il suo inseparabile fioretto, sempre pronta al prossimo affondo. Lei che sembrava inarrestabile e aveva già riscritto le regole di ciò che è possibile. E invece il tempo passa anche per lei, che oltre a essere una mente brillante e un'anima bella e determinata, è anche un corpo che ha bisogno di essere ascoltato e compreso, prima che sia troppo tardi.
"Ho avuto molti problemi fisici ultimamente, dopo di Tokyo dopo di Parigi, prima di Tokio prima di Parigi". Dichiarare di non farcela più fisicamente è un passo durissimo per un atleta, la cui vita è costruita tutta intorno allo sport, in cui la passione coicide con il lavoro. È una frase semplice e onesta difficilissima da pronunciare I problemi di Bebe sono stati diversi, dai dolori al gomito, alla schiena e al collo e alla testa, fino a momenti allarmanti in cui alcune parti non rispondevano. Spiega che prima di Parigi l'atleta aveva sperimentato la paura, tirava con paura, e si era ripromessa di non fare più le cose con la paura di farle, per questo fermarsi e cambiare rotta rappresenta per Bebe Vio il miglior cammino possibile.
Bebe non si ferma. Dichiara che si lancia sui 100 metri piani con obiettivo Paralimpiadi di Los Angeles 2028, e lascia di nuovo tutti a bocca aperta, per la seconda volta in un paio di minuti. Bebe Vio rinuncia a ciò in cui è leggendaria per ricominciare da capo come atleta sconosciuta in una disciplina nuova. Ovviamente l'aspettativa sarà alta, e i riflettori saranno puntati su di lei, con molta pressione sulla performance e la solita orda di haters pronti a commentare eventuali cadute. Ora Bebe Vio sta imparando qualcosa di nuovo, passa da concentrare l'attenzione sulla parte superiore del corpo a quella inferiore, e il corpo sta rispondendo bene a questa nuova tappa, che rappresenta una vera e propria riprogrammazione del gesto atletico.
Bebe ha iniziato a tirare di scherma a 11 anni e a 14 anni la meningite le ha portato via le mani e i piedi, ma non la sua passione immensa. La sua scelta di continuare le aperto una strada fatta di grandi successi, ori olimpici, e il riconoscimento come persona e personaggio pubblico dall'immenso valore umano. Intorno alla scherma ha costruito la sua carriera, la sua missione, la sua ragione d'essere, in una parola: la sua identità. Per questo l'addio alla scherma per Bebe Vio potrebbe trasformarsi in un addio a sé stessa. Siamo il racconto che facciamo di noi stessi e la chiusura di una storia porta con sé malinconia e perdita di identità. Ma quando chiudiamo un capitolo la crisi che attraversiamo è il segnale tangibile della passione e dell'amore che accompagnavano ciò che facevamo. Chiedersi "chi sono ora? dove vado" è normalissimo e funzionale al passo successivo, perché in realtà viviamo molte vite tutte collegate tra di loro che si sostengono e si spiegano a vicenda a posteriori.
Fermarsi quando il corpo chiede di smettere è un atto di rispetto verso sé stessi. Un atto poco comune in una cultura che glorifica la resistenza a ogni costo e confonde il sacrificio con il valore. La nostra società non contempla la resa come un'opzione plausibile e applaude chi "non molla mai". Ma la vita non è questo, volersi bene non è resistenza cieca. Esiste infatti una forma di coraggio silenziosa, molto meno celebrata, che consiste nel saper riconoscere quando un ciclo è finito, che è tutt'altro che rassegnazione, perché ricominciare da zero è un atto di libertà.
Bebe Vio ci dimostra inoltre che l'identità è un processo. Spesso confondiamo l'identità con il ruolo, ma noi siamo molto più dei ruoli che ricopriamo. Nel caso di Bebe, la scherma è stata il mezzo che le ha permesso di rivelarsi sul tappeto di gara, ma la tenacia, la creatività, la capacità di trasformare il dolore in potenza sono virtù della sua persona che non dipendono dal fioretto. E così la campionessa si sposta e si reinventa in nuovi spazi, compiendo un atto di lucidità rara che dimostra che Bebe conosce sé stessa abbastanza da scegliere il proprio benessere senza aspettare che sia il corpo a decidere per lei.
2026-03-16T15:17:35Z